venerdì 20 giugno 2008

Peppino Biava. Il soldato rosanero.

Ci sono uomini troppo normali per essere degli eroi, ma troppo eroi per essere normali. Degli uomini condannati a vivere nella linea di mezzo che separa l’ombra dalla luce dell’Olimpo. Quegli uomini che in silenzio compiono mirabolanti gesta e infine chinano la testa, lasciandole raccontare ad altri, i quali si spera, sappiano usare bene le parole per descriverne adeguatamente l’immensità.
La gente ammira l’eroe che infila il colpo finale nel petto del nemico, ma non degna di uno sguardo colui che le spalle dell’eroe le ha coperte a suon di fendenti da mille nemici. E l’anonimo soldato si ritrova da solo a pensare che il destino non gli ha donato la potenza di Bresciano, ne i piedi di Amauri, ne tantomeno la fantasia di Miccoli. Ma solo un cuore grande cosi, che a fatica si contiene nel petto. Quel petto su cui è cucita quella maglia rosa che in molti han tentato di staccargli senza esito. “Da Palermo non mi muovo”, sibilò con occhi bassi un caldo pomeriggio di quest’estate, quando volontà superiori lo volevano lontano. E nessuno fiatò più. E lui continuò a correre, illuminandosi d’immenso alla vista delle maglie avversarie. Quelle che lui sa come fermare, come afferrare fra le dita e lasciarle dimenare fino allo sfinimento. Ibrahimovic di qua, Kaka di la, Del Piero così, Totti colì. Il soldato nell’ombra li ha fermati tutti, buttandoli faccia a terra, in barba al loro blasone. Nel silenzio di una goccia di sudore che scivola lenta dalla fronte fino al cuore. C’è chi lo fa per la gloria, chi lo fa per la maglia. Perché la gente si alzerà in piedi ad un tacco di Cavani, ma abbozzerà solo un applauso al decimo recupero del soldato nascosto. Quello invisibile. Quello che ti abbatte i nemici alle spalle. Quello che i nemici, appena lo vedono uscire coi crampi, salutano coi gradi di un generale, tirando un respiro di sollievo. Fiuu, meno male che non c’è più. Perché per un cuore che vuole volare, ahimè c’è una gamba che trema. Stavolta da Palermo lo hanno fatto muovere. E se nel calcio non ci sarà mai riconoscenza, il soldato rosanero saprà sempre che Palermo, per lui, verserà lacrime e scroscerà applausi sonanti.
Perché grandi calciatori si può anche diventare, ma Peppino Biava si nasce.

Enricuzzu

LA LETTERA DI BIAVA

I gol di Toni, la rete di Emanuele Filippini e la festa che esplode vera, genuina, indimenticabile. Una festa che fa parte della mia vita. Quel 29 maggio non lo dimenticherò mai. E’ il giorno in cui il “mio” Palermo ritornava in serie A dopo tanti, troppi anni trascorsi lontano dal calcio che merita una città straordinaria. Io, che avevo sempre giocato nella mia terra e sempre in campionati lontano dalle cronache nazionali, mi sentivo quasi un 'intruso' in quella squadra di campioni e in quel palcoscenico straordinario che è lo stadio Renzo Barbera. Uno stadio che, anno dopo anno, è diventato casa mia, così come considero casa mia una città che mi ha fatto crescere tanto, tantissimo come calciatore, ma soprattutto come uomo. Mi dicevano che Palermo fosse una “piazza esigente” e che “metteva troppa pressione”, io, sinceramente ho conosciuto “un’altra” città. Una città che ti accoglie con affetto, ti riempie di attenzioni, ti abbraccia ad ogni angolo di strada e ti incita ad ogni minuto di partita. Non ho segnato i gol di Toni o Amauri, non ho messo in mostra la classe di Corini o Zauli e non ho la falcata di Grosso, eppure la gente di Palermo mi ha ugualmente fatto sentire un campione come loro. Grazie a Palermo, e grazie al Palermo sono diventato un calciatore di serie A ed un calciatore di Coppa Uefa giocando in stadi che pensavo fossero per me “inaccessibili”. Devo ringraziare il presidente Zamparini che mi ha sempre apprezzato e devo ringraziare il direttore Foschi che mi ha voluto in rosanero quando giocavo nell’Albinoleffe. E devo ringraziare tutta quella gente che lavora nell’ombra per fare grande il Palermo. Ma un grazie, vero e sincero, attraverso gli amici di stadionews, lo devo ai tifosi rosanero che oggi lascio dopo cinque splendide, straordinarie, indimenticabili stagioni trascorse insieme. Spero che il Palermo possa raggiungere un giorno il traguardo della Champions League. Quel giorno io sarò allo stadio a tifare insieme a voi per i colori rosanero.

Beppe Biava

(fonte della lettera e della foto: http://www.stadionews.it/)

mercoledì 18 giugno 2008

L'Italia s'è desta...

Girone C
Italia - Francia 2-0
(Pirlo rig., De Rossi)

Recitava un vecchio detto swahili, “…un leone con piccoli attributi, deve compensare con un gran ruggito”. Ruggito che sembra esser uscito per giorni e giorni dalla bocca di quel Raymond Domenech, intento a coprire di ridicolo una nazione ed una nazionale, l’Italia, probabilmente per mascherare, con insospettata maestria, una nazionale, la sua, che di attributi mancava fin dalla partenza. Una nazionale, quella francese, organizzata e gestita con straordinaria follia dal tecnico transalpino, che altro non poteva condurre, se non nel baratro, i blues.
Nell’altra metà campo le altre magliette blu. Quelle più scolorite, tendenti all’azzurro per intenderci, che per una sera son diventate perfino bianche. Quelle magliette che sono uscite dal campo bagnate fradice di sudore, come tutti noi volevamo. Quelle magliette a cui serve - come dopo lo squallidissimo gironcino mondiale nell’82 o lo scandalo calciopoli nel 2006 - essere ricoperte di critiche, di insulti, di maldicenze, di offese a volte, per arrabbiarsi sul serio e giocare al gioco del pallone. E allora critichiamo, insultiamo, non smettiamo di alimentare questo circolo vizioso che solo noi italiani sappiamo giostrare. Tutti fighetti. Tutti bamboccioni. Tutti quaquaraqua. Non smettiamo di andare contro noi stessi, anche se spesso mentiamo, se il risultato è vedere De Rossi che corre come un forsennato per tutto il campo a festeggiare, inseguito dai compagni verso i Quarti di Finale. Il fermo immagine della RAI su Domenech che si morde il labbro poi, è come un sublime regalo che la televisione nazionale ha voluto omaggiare ad un Paese in festa.
La dedica finale va agli spagnoli. Quelli che ieri avevano titolato a lettere cubitali sui loro giornali, facendo filtrare la puzza della paura, “Olanda, elimina gli Azzurri”. Il tutto, senza fare i conti con l’immensa e mai abbastanza ammirata sportività Oranje che, schiantando la Romania con le magie di Van Persie e Huntelaar è riuscita a rispolverare per davvero la parola SPORT.
Sorpresina: l’Italia c'è ancora. España, estamos llegando!

Enricuzzu

(nella foto in alto) Gianluigi Buffon, portiere azzurro
(nella foto in basso) L'esultanza dell'Italia al termine della gara

sabato 14 giugno 2008

Mamma, il biscotto non lo voglio...

Girone C
Italia - Romania 1-1
(Mutu, Panucci)

Da piccini i biscotti sono come piccoli premi che ci mettono nelle mani se abbiamo fatto i bravi. Croccanti, zuccherosi, simpatici anche da guardare prima di assaggiare. Ma quando cresci cambia tutto. Da grandi, i biscotti ce li mettono in mano se ci vogliono far male, se di buono non abbiamo fatto nulla o almeno così vogliono farci credere. Da grandi i biscotti diventano amari, duri e difficili da digerire. Da mandar giù non senza buttar giù anche una lacrimuccia.
Se martedì sarà “biscotto” non resteranno che i saluti e una veloce telefonata a casa, “...mamma, torno prima stavolta”. Ed il pensiero che ci si può trascinare nel baratro anche i “simpaticissimi” francesi onestamente poco ci consola. C’è chi si diverte ad attaccare gli altri, e c’è chi si diverte ad attaccare, più onestamente, se stessi. Se martedì sarà “biscotto”, ciao ciao. E lo potrebbe essere in tante di quelle maniere che la fantasia ci sguazzerebbe dentro alla grande. Ci si potrebbe anche immaginare un’Olanda che giochi a passeggiare per il campo in cerca di quadrifogli, o un’Olanda - quella vera - accoccolata in panchina per lasciar spazio alle allegre riserve. O magari ci si potrebbe immaginare un rigore alla Romania e siamo tutti felici. Anche se il rigore non dovesse starci, un fischietto qua e non se ne accorgerebbe nessuno… d’altronde, uno peggio di quello assegnato contro il Belpaese azzurro ieri si faticherebbe ad immaginarlo: quella trattenuta che non avrebbe avuto il coraggio di fischiare neanche Piturca, CT romeno.
Ci si potrebbe passare una serata intera a discutere su come potrebbero darci i biscotti, possibilmente dopo aver messo a letto i bambini che son troppo piccoli per sentire queste cose brutte. E proprio su quelli, sui bambini, possiamo fare il nostro unico affidamento. Che il buon Marco Van Basten pensi a loro martedì quando manderà i suoi Oranje in campo. Pensi allo sguardo dei bimbi italiani che il biscotto, questa volta, proprio non lo vogliono. Vogliono solo poter credere nello sport. Quello vero.

Enricuzzu

(nelle foto) La delusione dei tifosi azzurri a Zurigo

martedì 10 giugno 2008

Arance amare

Girone C
Italia - Olanda 0-3
(Van Nistelrooy, Sneijder, Van Bronckhorst)

Le arance sono un delizioso dono che Madre Natura ha donato alla Sicilia. Un frutto che da solo incorpora, nel dolce e nell’aspro, i gusti di una terra, i sapori di un popolo ed i suoni della sua storia. Quei sapori che solo nell’Isola puoi imparare a gustare a pieno, in una calda giornata primaverile.
Se ti allontani dalla Sicilia però, il rischio è grande. Scordi il vero sapore delle arance, e vai dritto verso altre, nel dubbio, nella speranza di non errare. Ti allontani mentalmente da una terra, come ha fatto Andrea Barzagli da due anni a questa parte, sprezzante nella sicurezza di saper trovare le giuste arance anche in terre lontane. E ti ritrovi dalle parti di Berna, a riceverne tre di arance, tutte in faccia, e per giunta scoprendo che non sono ne dolci ne aspre. Sono amarissime.
Scordi tutto, scordi che nell'entroterra siculo, spopolano le 'arance rosse', quelle sanguigne, e scordi che sapore ha proprio quella voglia di sangue agli occhi, di non mollare mai, di crederci sempre. Si raccoglie quel che si semina, in ogni campo, dal calcio all’orticello e per chi ha seminato malavoglia e scarso agonismo negli anni, c’è da raccogliere una figuraccia all’Europeo. E a noi che resta? A noi resta quel retrogusto amaro, figlio della sconfitta più pesante che il nostro Paese ricordi negli ultimi anni. Magari un bicchiere di vino toglierà il sapore. Ma la bottiglia prima o poi finirà e a noi non resterà che imparar a scegliere meglio la frutta.

Enricuzzu

(nella foto) Il titolo del quotidiano olandese De Telegraaf

giovedì 29 maggio 2008

Parole

Le parole che non ti ho detto, quelle che non so dire, o quelle che avrei voluto ma non posso. Le parole sussurrate, le parole immaginate, le parole disegnate. Le parole scritte sulla sabbia come segreti in attesa che le onde le ricoprano d’intimità dagli sguardi altrui. Le parole dette, le parole sentite, le parole toccate, le parole annusate, le parole assaggiate. Le parole che sfuggono come sabbia al vento alla logica dei cinque sensi. Le parole che cadono dal cielo, come foglie secche d’autunno nel turbinio delle nostre emozioni. Le parole che sono li fuori da qualche parte. Le parole che ci sfiorano colme di verità, le stesse parole che innocenti, facciamo finta di non sentire. Le parole che ci bruciano, quelle che ci gelano, quelle che ci fanno vivere. Quelle parole che abbiamo sentito fin troppe volte, quelle che chissà mai quando sentiremo e quelle che invece non sentiremo mai. Le parole che fanno insorgere popoli, le parole che li portano alla guerra, le parole che li porterebbero alla pace. Le parole immortali e quelle fin troppo mortali. Le parole che uccidono, le parole uccise. Le parole insignificanti, proprio quelle senza le quali quelle significanti non avrebbero senso. Le parole colme di rabbia, quelle colme di amore, quelle colme di malinconia, quelle colme e basta che servono a tappare i nostri rumorosissimi silenzi. Le parole che escono a fiumi, sotto incontrollabile follia, prive di sensato raziocinio, come quelle scritte ora. Quelle parole che come recitava il superuomo, resteranno sempre indietro lente, come ombre, dietro le sensazioni.

Enricuzzu

venerdì 23 maggio 2008

23 Maggio 1992

Ricordo che quella sera di sedici anni fa mi legai il giubbino più stretto. Era Maggio, ma c’era stranamente un'aria fredda in giro. Ero piccolo, ma lo leggevo negli occhi della gente che camminava. Chiedevo a mia mamma ma mi rispondeva come si fa a chi è troppo piccino per capire. Ma avevo capito. Nel mio piccolo avevo capito che se n’era andata qualcosa da Palermo. Se n’era andato qualcuno dal cuore dei palermitani.
I giorni seguenti ricordo la miriade di striscioni appesi per la scuole. Tutti che urlavano rabbia al cielo, bagnati dalle lacrime e inneggianti un solo nome. E’ li che realizzai cosa è la mafia. Un’ombra oscura, che ovunque andremo ci seguirà maligna e terrificante. E capii che mi faceva schifo. Lo urlai al cielo perché ho sempre creduto che se di una cosa ti vergogni ma non puoi evitarla, serve a poco nasconderla. Quell’uomo su quell’ombra ci camminò sopra sprezzante come pochi ebbero coraggio di fare. Ma quell’ombra oscura, quel 23 Maggio del 1992, lo fece saltare in aria con una carica di 500 chili di tritolo.
Anni dopo rabbrividii quando mi dissero che mio padre, atterrato con un volo quel giorno, in parallelo con quell’uomo, mancò l’appuntamento col tritolo per pochi minuti, avendo perso tempo bevendo un caffè all’aeroporto. E riecheggia nella mia mente quella sensazione immortale nel risentire quel botto mostruoso che ci sconquassa le coscienze. In quanti avremmo avuto il coraggio di fare quello che fece lui? Di urlare che la mafia fa schifo non da dietro una tastiera ma dall’alto di una montagna dove c’è il rischio di cadere?
Quell’uomo non ci ha mai giudicato, ma gli piaceva parafrasare J.F. Kennedy nel dire che “Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana.
Quel pomeriggio di quindici anni fa, la mafia riuscì ad uccidere un uomo. Ma non riuscì minimamente a scalfirne il nome. Giovanni Falcone vive accanto a noi.

In memoria di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro.

Enricuzzu

(nella foto) Giovanni Falcone

martedì 13 maggio 2008

Lacrima rosanero

Calda nasce dal profondo, fredda muore nell'infinito per confusione di emozioni. Lenta solca il viso, restando in equilibrio sul mento, trafitta da un raggio di sole. Così piccola, così immensa, da bastarne appena una goccia per rendere un popolo intero schiavo di passione. Si chiama lacrima.
Ironia della sorte, a Siena stava finendo tutto, a Siena finirà tutto davvero. Non c'era il sole quel giorno, quando il ginocchio fece crack, e tu, timido e indifeso, zoppicasti in silenzio a lato. Palermo ti prese in braccio come solo un genitore sa fare con suo figlio e ti insegnò a camminare. Nuovamente. Salisti sulle sue braccia ragazzo e toccasti terra uomo. E ora siamo ai saluti. I saluti di una Palermo che vorrebbe ma non può. Una Palermo che in silenzio ha imparato a piangere ed in silenzio ha imparato ad amare. Perchè come un vecchio poeta australiano scriveva sulla sabbia, l'amore è anche saper rinunciare all'altro. A saper dire addio senza lasciare che i nostri sentimenti ostacolino ciò che probabilmente sarà la cosa migliore per coloro che amiamo.
Anche quella nera fascia di Capitano che indossavi al braccio era triste. Si stacca la lacrima dal viso, scivolando sull'erba del 'Barbera'. Che la conserverà gelosa per l'eternità.
Ciao Campione.

Enricuzzu

(nella foto) Carvalho de Oliveira Amauri