Beijng (China),

C’era una volta lo sport. Quell’ideale che sfuggiva ad ogni catena e ad ogni prigione. C’erano una volta le Olimpiadi. L’esaltazione massimo dello sport. Quei giochi, in cui il mondo intero si sfidava col sorriso sulle labbra e la propria bandiera sotto il braccio. Cinque cerchi uniti, incatenati fra loro, che suggellavano la voglia dei popoli di mettere tutto da parte e sfidarsi lealmente per la conquista di una medaglia.
C’era una volta Filippide, l’araldo ateniese che percorse i 37 km che separavano Atene da Maratona, solo per annunciare la vittoria, prima di cadere esanime a terra. Sulla scia di quella leggenda, tanti tedofori hanno macinato chilometri su chilometri, portando in mano la fiaccola della speranza. La speranza che i giochi possano servire a far riflettere il mondo, anche solo per un attimo. La speranza che sotto un'unica bandiera, più popoli trovino la forza di amarsi a vicenda.
Oggi i tedofori che corrono all’alba di Pechino 2008 portano nella fiaccola un carico di rabbia, di male e di dolore. Portano frustrazione, che è alimentata da odio. All’alba di Pechino sorge l’ombra di un Tibet martoriato che chiede libertà al Grande Dragone. “
Che la chieda, purchè lo faccia in silenzio” sembrano rispondere al di là della muraglia. Una provocazione. Esattamente come tutte quelle fiaccole spente dai manifestanti, quelle urla nella notte e quella bandiera raffigurante cinque manette. Una provocazione che alimenta altro odio, odio che alimenta altra frustrazione.
La Cina, nazione difficile, popolo complicato, che sembra nutrirsi di potenza ogni giorno che passa. E noi? Noi stiamo a guardare come se la cosa poco ci riguardasse. Il tanto invocato “dialogo” fra le parti lo chiediamo ma non lo pratichiamo noi stessi. E restiamo a pensare nell’intimità delle nostre menti. A pensare che, probabilmente, chi vuol far ragionare la Cina, sbaglia a urlare “
Tibet, alza la tua bandiera!” al microfono durante un concerto (Bjork, cantante islandese, durante una sua apparizione a Shanghai). Ad interrogarci se… questi Giochi si devono boicottare o no?
Massimiliano Rosolino, orgoglio azzurro del nuoto pensa di no. “
Non boicotto le Olimpiadi se l’Italia fa affari con la Cina. Dispiace che si sia creata questa situazione, ma ci si doveva pensare al momento dell’assegnazione dei giochi a Pechino. Certe cose non le scopriamo ora. E la faccia la dovremo mettere noi atleti.”. Già, la faccia. La faccia di chi a queste Olimpiadi vuole andare per dimostrare quello che vale e i colori che rappresenta. Ma come, in che modo?
Boicottare, non boicottare. Il mondo si divide. Presentarsi alla porta dei cinesi con una bottiglia di champagne in mano, o restare polemicamente a casa? D’altronde USA e Russia insegnano che non sarebbe neanche la prima volta (gli USA non si presentarono a Mosca nel 1980 e i russi ricambiarono non presentandosi a Los Angeles quattro anni dopo).
C’era una volta lo sport. C’erano una volta le Olimpiadi. Oggi restano dei giochi che non si potranno risolvere con un sorriso. E sicuramente, resta una medaglia d’oro che, ahinoi, non vincerà nessuno.
Enricuzzu

(nella foto in alto) Manifestanti tibetani a Dharamsla, India
(nella foto in basso) Le bandiere delle Olimpiadi e della Cina