mercoledì 28 gennaio 2009

Coming back home

New York City,
December 10th

Quella sera non faceva freddo fuori. Ma io dentro gelavo. Senza un perché. Probabilmente per quel dannatissimo pasto scaduto sull’aereo che mi era stato letale. Nella stanza c’erano otto letti, neanche fosse una camerata. Tutti occupati. Della comitiva probabilmente ero l’unico non strafatto. Mi guardavano con quei mezzi sguardi che ti fanno sentire osservato come una cavia in laboratorio. Lei – l’unica ragazza del gruppo – seminuda, mi chiede se per me è un problema se si spoglia in stanza. Così, senza neanche un ciao come va. La guardo e le rispondo che al massimo posso mettermi il cuscino in faccia. Sorrido. Mi guardano tutti un paio di secondi e poi scoppiano a ridere.

Ricordo quella prima notte a New York come uno dei giorni più brutti della mia vita. Devastato da chissà quale virus, solo nel letto, in mezzo a loro. Abbracciato al computer nella paura che potessero sgamarmelo notte tempo. La valigia non preoccupava; era troppo pesante anche per un gorilla. Il display del cellulare scarico si spegneva lentamente consigliandomi di imitarlo.
Ricordo il senso di impotenza che mi attanagliava lo stomaco quella notte. Quel senso che mi faceva capire di essere solo dall’altro lato del mondo e di dovermela cavare senza aiuti. Quel senso che ti genera la fame. La fame che ti genera il senso di sopravvivenza. In quella città dove se cadi la gente non solo ti ignora, ma ti passa anche sopra calpestandoti.
Ricordo i posti dove ho dormito. Ora un letto fra otto, ora un divano da amici, ora addirittura un pavimento con piumone e cuscino.
Ricordo quella sera passata a passeggiare tra le vie di Manhattan con la valigia in mano, cercando dove avrei dovuto dormire quella volta.
Ricordo quella stanza doppia al Residence YMCA con Erkan, che dava una svolta a tutta l’avventura, nel segno di lenzuola, piumone e due cuscini dicasi due.
Ricordo il primo giorno di lavoro a Brooklyn col mio Boss.
Ricordo il profumo dei ravioli freschi che commercializzavo, dandogli una mano.
Ricordo come quei ravioli erano fatti a mano come piccoli segreti da chi non aveva bisogno di una cartolina per vedere l’Italia.
Ricordo quel ponte lunghissimo che lasciava tre metri sopra il fiume tutte le sue opportunità in attesa che qualcuno le cogliesse.
Ricordo Sheena e Shing, le prime due ragazze che ho conosciuto, con cui ho capito di non essere solo, neanche in un mondo aldilà dell’oceano.
Ricordo la valanga di gente conosciuta dopo.
Ricordo quelle persone che mi hanno voluto bene, seppur consapevoli di incrociare la mia vita solo per istante.
Ricordo l’erba di Central Park, il cui profumo era profondissimo nelle mie narici quando preparavo l’esame forse più importante della mia vita.
Ricordo la faccia dei newyorkesi accanto a me quando mi misi a saltare all’impazzata ricevuto l’esito positivo.
Ricordo il sorriso con il quale davo informazioni per strada, su una città che dopo avermi messo alla prova aveva fatto poca fatica ad entrarmi nel taschino.
Ricordo il sorriso dell’impiegato dello Starbucks Coffee quando ogni mattina, senza neanche dover dire una parola, mi preparava il Frappuccino facendomi sentire uno di casa.
Ricordo il sorriso che mi cancellai dalle labbra quando un simpatico amico di due metri mi rispose incazzato alla domanda “Where am I?” - “The Bronx”.
Ricordo il display del cellulare che si illuminava un numero imprecisato di volte al giorno, per farmi capire che mio fratello solo non mi lasciava.
Ricordo sempre lo stesso display dello stesso cellulare che si illuminava anche la notte per farmi capire che i miei genitori non erano da meno del fratellone.
Ricordo le folli notti in discoteca che si spegnevano con la luce del sole.
Ricordo le spallate pesantissime che mi davano gli americani per insegnarmi il basket.
Ricordo gli insulti che mi lanciavano quando insegnavo io come la palla da calcio che passa fra le gambe si chiama ‘tunnel’.
Ricordo tutto il Madison Square Garden in piedi a cantare l’inno nazionale, mani sul cuore, prima della partita dei Knicks.
Ricordo quel tacchino enorme nel Giorno del Ringraziamento messo al centro della tavola.
Non ricordo quante porzioni ne feci fuori.
Ricordo le facce sognanti dei ragazzi che in piazza mi fermavano e mi davano i volantini con la faccia altrettanto sognante di Barack Obama. Gente che prediva il futuro.
Ricordo il silenzio surreale di Ground Zero.
Ricordo la pioggia fitta del Queens.
Ricordo Lady Liberty che mi guardava sinuosa da lontano.
Ricordo la lacrima che l’oceano di Coney Island sta ancora custodendo per me.
Ricordo l’abbraccio fortissimo, quasi schiacciante, di chi mi ha salutato il giorno della partenza.
Ricordo la lacrima che non tirai fuori e che mi cadde dentro il cuore.
Ricordo quelle nuvole nelle quali si infilò lento il Boeing che mi avrebbe riportato a casa.
Ricordo quei mesi americani trascorsi come se fossero un lunghissimo respiro.
Ricordo il quarto di dollaro con cui giocavo all’aeroporto di Londra.
Ricordo lo sguardo perso nel vuoto.
Ricordo “Ehi man… what’s wrong?” – “Nothing. I’m coming back home.

Qualche giorno dopo, mentre il cuscino gioca ad abbracciare la mia testa, in televisione raccontano come il Comandante “Sully” ha preso un Jet con due motori scoppiati e lo ha fatto ammarare nel fiume Hudson. Alzo gli occhi. Guardo quella gente nello schermo. Vedo gli abbracci sullo sfondo dei grattacieli. Guarda cos’è successo nella mia New York, penso. Gli amici accanto a me, sapendo della mia anima prettamente californiana, mi fanno notare il “possessivo” sorridendo. La mia New York. Sorrido anche io. Sono partito col corpo ma non ancora con l’anima. E probabilmente non partirò mai. Perché seppur il futuro mi riserverà altri angoli del mondo, quei grattacieli, quella gente, quella City mi resteranno per sempre dentro. A un passo dal cuore. Perché un sogno – se è davvero immenso come il mio a stelle e strisce – non può finire mai. Può soltanto essere messo in pausa.

Enricuzzu

venerdì 16 gennaio 2009

Chesley Burnett Sulleberger

Manhattan (NY),
January 15th

Chesley Burnett Sulleberger.

Nessuno lo conosce. Probabilmente - parenti a parte - nessuno lo conoscerà in futuro. Ma quest’uomo, nel pomeriggio di ieri, ha preso in mano uno Jet della US AirWays in volo verso Charlotte (North Carolina) e con due motori scoppiati (causa collissione con uno stormo di uccelli) lo ha fatto ammarare nel fiume Hudson a ovest di Manhattan, dribblando grattacieli ed evitando per poche centinaia di metri di non farlo abbattere in zone “civili”.

154 persone da ieri lo possono considerare un secondo papà. Ed anche una seconda mamma. Ma ironia della sorte, probabilmente il suo nome sarebbe stato più conosciuto se tutti fossero morti. Siamo bravi a ricordare solo stragi. Ma se una volta tanto osannassimo le stragi evitate grazie a un uomo con due coglioni grandi cosi?

Enricuzzu

(nella foto) Il Jet della US AirWays nel Hudson River

domenica 7 dicembre 2008

Enricuzzexy and the City

Manhattan (NY),
December 6th

L’esperienza newyorkese va quasi sgocciolando via come un Mojito che si appresa a finire. Resta quasi da “succhiare” il ghiaccio che, freddo, sembra anestetizzare un piacere che vorresti non finisse mai. Io rimango con la cannuccia fra le labbra, pensando che qualche mese è troppo poco per vivere un posto come questo, ma è fin troppo per farsi volere bene dalla gente che comincia a pretendere promesse di un tuo pronto ritorno.
E sotto le luci soffuse nell’ennesimo club di Manhattan, mi piace guardare il comportamento del “maschio discotecaro” – mia stessa specie – che, da che mondo e mondo, per me si classifica in quattro categorie.

Gli HOOKERS. Altresì detti gli “agganciatori”. Quelli che hanno nella pesca d’altura, il loro sport di vita. Quelli che sono capaci di abbordare vagonate di ragazze nell’arco di venti minuti. Potrebbero fare una party senza invitati, e rimorchiare la gente per strada. Dopo mezz’ora in mezzo alla folla non si riuscirebbe neanche a camminare. Senza un perché, senza un però. Riescono ad abbattere quell’interminabile spazio che si circoscrive fra il “Mamma, quant’è carina quella la…” ed il “Ciao, come ti chiami?”. Divergenza di carattere rispetto al maschio medio che ne segna l’esclusività della specie. L’Hooker è Hooker, nel bene e nel male. Anche se alla fine non conclude nulla.

I FOLLOWERS. Le spalle degli Hookers. Quelli che hanno il pulsante del “Ciao come ti chiami?” pigiato sull’off. In compenso però, hanno in modalità on tutto il resto. Quelli che entrano in scena presentati con una pacca sulla spalla. Non si capirà mai perché gli venga così difficile dire quel “Ciao” iniziale, ma si capisce perché in seguito eruttano una lava di parole che conquisterebbe un popolo. Li vedi li, col bicchiere in mano che guardano malandrini, aspettando solo un cenno. Arrivato quello, crolla anche l’impero più solido. Stanlio ed Onlio, Franco e Ciccio, Ficarra e Picone. Date il mondo in mano ad un Hooker ed ad un Follower e la rivoluzione è fatta.

I FRIENDS. Gli Amici. Il cielo li accolga in pace perché nella vita hanno sofferto tanto. In discoteca in gruppo, pronti a vigilare sulla ragazza amica. Amica che si traduce in essere di natura femminile che non te la darà mai. E il Friend sta li a ballare difendendola da attacchi che volano a destra e sinistra, quando vorrebbe essere li, a fare la spalla dell’Hooker che nel frattempo ne sta intrattenendo sei, compresa la barista bona. Magari pensando che l’amica, oltre ad essere amica, è anche fidanzata. E la da a qualcun altro che non sei tu, e che magari in quel momento si diverte da qualche altra parte. Martire.

I DRINKERS. Le vittime. Quelli che sono troppo riservati per fare gli Hookers, troppo individualisti per fare i Followers e troppo scazzati (soli?) per fare gli Amici. Con il biglietto d’ingresso, prendono in affitto il lato preferito di bancone ed entrano in letargo la, giustificandosi con il classico “Studio la situazione”. Dopo cosi tanto studio, probabilmente avranno già tre lauree in “Donnologia Teorica”. Diventano pericolosi se brilli. Soprattutto per il loro portafoglio che va dimagrendo a vista d’occhio. La svolta si ha quando la barista (quella bona di prima) ti serve l’acqua al posto della vodka, in uno shot microscopico e te la fa anche pagare 20 dollari, mancia esclusa. Lui rimane li, col sorrisino da ebete a fissarle il tatuaggio poco sopra le chiappe (che lei, stronza, usa per distrarti) e pensa che un domani – chissà – in Paradiso le chiederà come si chiama. Ma lei, in Paradiso quel giorno non ci sarà, perché – dura verità – con i suoi soldi ha comprato casa alle Hawaii.

Enricuzzu, Hooker mancato e Follower di identità, dall’alto del suo Mojito quasi finito, si rituffa nella pista newyorkese per “succhiare” quest’ultimo ghiaccio a stelle e strisce, e lascia la parola a voi. D'altronde se quattro ragazze newyorkesi sono diventate famose spettegolando su sesso e dintorni, non vedo chi o cosa impedisce di farlo a noi. Chi siete, chi vi sentite? Magari risponderà anche qualche donna intraprendente che, sfacciata, ci svelerà le categorie femminili. Perché le donne si sa, ne sanno sempre una più dell’… Hooker!

Enricuzzu

(nella foto in basso) Enricuzzu con amici al "Le Souk" di Manhattan.

sabato 6 dicembre 2008

Sulle ali di un ricordo che non c'è.

Windsor Locks (Connecticut),
December 2nd

Ricordava il suo nome. Ricordava che veniva da Los Angeles. Dopo, il vuoto. Un vuoto lungo cinquantacinque anni.
Henry Gustav Molaisos – da tutti conosciuto semplicemente come H.M. – cadde dalla bicicletta nel 1953, subendo un durissimo trauma cranico. Mesi di sofferenza, mesi di agonia. Crisi epilettiche che non gli lasciavano fiato. Poi il grande passo: l’operazione al cervello. Quell’operazione però, negli anni in cui la medicina sapeva poco in materia celebrale, cambiò radicalmente la sua vita. Un contrattempo. Un errore di valutazione. Fatale. Da quel giorno Henry – compromessa la sua memoria a breve termine – non ricordava più nulla. Ogni mattina come se fosse una nuova mattina. Ogni sole che sorgeva come se fosse un segreto mai sentito. Ogni persona accanto – seppur accanto da decine di anni – come se fosse incontrata per la prima volta.

Sembrava solo un film quello interpretato da Adam Sandlar e Drew Barrymore qualche anno fa. 50 volte il primo bacio, recitava poetico il titolo. Lui, giovane scapolo hawaiano, che tentava di far innamorare lei, stupenda fanciulla che in seguito ad un incidente in macchina, dimenticava tutto una volta andata a letto. Esattamente come Henry. Solo che per uno strano scherzo del destino, questa volta è tutto reale.

Come è reale anche Antoniette, la paziente che cura Virginè, mia carissima amica francese con cui ho condiviso 2 mesi newyorkesi. Virginè ogni mattina, nella splendida isola caraibica di Guadalupe dove vive, si reca a casa di Antoniette per accudirla. “Piacere, sono Virginè.” le prime parole. Esattamente le stesse da circa 2 anni, ogni singolo giorno. Antoniette ha avuto un incidente da giovane e da allora non ricorda più nulla, esattamente come Henry. “Quando l’accompagno in bagno, guarda lo spazzolino come se fosse un oggetto di un altro pianeta” – mi racconta Virginè – “e tutte le volte dopo averlo studiato un po’, se lo passa fra i capelli scambiandolo per un pettine”. Dovrebbe forse far ridere. Magari la prima volta. E anche la seconda. Ma alla terza, un incredibile senso di tristezza ti scuote dentro. Esattamente come quello che scuote me quando Virginè mi dice che la figlia di Antoniette ormai non va più a trovarla perché non ha più il coraggio di sentirsi guardata da sua madre come un’estranea. “Antoniette ha ottanta anni, è dolcissima anche se ormai ragiona poco” – continua Virginè – “ma credo che non dobbiamo giudicare sua figlia, anche se pensiamo sia in errore.”. Una inconsapevole saggezza che io ammetto candidamente di non possedere. Virginè invece – oltre a questo – ha capito anche che Antoniette qualcosa la ricorda: la musica. Sulle sue note sorride come una bimba, si mette a danzare e a volte ricorda anche come si usa lo spazzolino. Dove arrivano le donne – chissà – forse solo gli angeli.

Guardo la foto di Henry sul New York Times. Un simpatico brizzolato che sorride alla vita. Sorrido anche io. Sono pronto a scommettere che di sorrisi di rimando ne ha ricevuti tanti. Tutti quei sorrisi che da oltre cinquant’anni si cancellano nella sua mente con un colpo di spugna, una volta chiusi gli occhi. Per quella fatale ingiustizia che ha privato l’uomo di una delle cose che più gelosamente è stato abituato a conservare: i ricordi.

Un martedi come tanti altri di qualche giorno fa, Henry ha chiuso gli occhi per l’ultima volta. Ad 82 anni, in una casa di riposo del Connecticut ha salutato tutti in silenzio per andare incontro ad una nuova vita. Forse, chissà… una vita in cui – spero fra molto tempo – incontrerà Antoniette. Sopra le nuvole che stanno a metà fra il Connecticut e Guadalupe. E magari li si abbracceranno per la prima volta. Una prima volta che sono sicuro, questa volta non dimenticheranno mai.

Enricuzzu
(l'articolo del New York Times:
http://www.nytimes.com/2008/12/05/us/05hm.html)

(nella foto) Henry Gustav Molaison

lunedì 1 dicembre 2008

NBA. The Game Happens Here.

Manhattan (NY),
November 29th

Quando le luci del Madison Square Garden si spengono all’improvviso, tu sei seduto impacciato, mentre tenti di versare il ketchup ad arte sul tuo Hot Dog, possibilmente senza mietere vittime. I giocatori dei Knicks e dei Warriors sono abbracciati gli uni con gli altri, le luci illuminano il parquet dove Jolanda col microfono comincia a cantare l’inno americano. Sul tabellone, una bandiera degli Stati Uniti ondeggia imperiosa mentre tutti gli spettatori – abbracciati e mano sul cuore – si alzano intorno a te con sguardo fiero. I brividi ti salgono su dalla colonna vertebrale fino ad arrivare alla mano che fa tremare la Coca Cola. Cinque lunghissimi minuti in cui si ferma il cuore e si paralizza la mente. Se il primo impatto scrive la storia di luoghi e persone, New York scrive negli occhi di chi racconta la storia dell’NBA coi contorni della spettacolarità.

La spettacolarità del lungo boato che accompagna Crawford, ex stella di casa indimenticata, ora ai Golden State Warriors. La spettacolarità di Mike D’Antoni, coach italo-americano dei Knicks, che batte la mano sul petto di ogni suo singolo giocatore per trasmettergli passione. La spettacolarità delle cheerleaders e dei loro salti mortali. La spettacolarità, unica fede professata da una New York capace di fischiare un avversario lanciato in contropiede, reo non di aver segnato ma di averlo fatto senza una stupefacente schiacciata volante.
Nella lunga sera di Manhattan, passa quasi sottovoce, strozzata dal roboante show a stelle e strisce, la sfortuna dei due italiani sul parquet. Gallinari, che a causa della schiena malandrina, ancora di New York ha potuto godere solo i canestri visti dalla panca e Belinelli, genio incompreso di Golden State, buttato fuori partita dopo neanche cinque minuti, dopo aver infilato una tripla dall’angolo ed aver mantenuto i Warriors a galla. Misteri della vita. Misteri di Coach Nelson.

Al suono della campana, dopo appena due ore e mezzo di uno spettacolo che avresti voluto non finisse mai, sprofondi nella poltroncina mentre il tabellone inonda il Garden di luci, inchiodando al muro il risultato che recita New York Knicks – Golden State Warriors 138-125. L’altoparlante urla all’impazzata il nome di David Lee, capace di segnare qualcosa come 37 punti tutti in una sera, tanti quanti come probabilmente mai più rifarà. Sui video compare un ragazzo con la maglia dei Knicks avvolta negli oltre 150 chili di buona forchetta, che balla contento sommerso da boato di applausi che gli tributa un Madison Square Garden in piedi per la seconda volta. Chiamatele se volete, emozioni. Pensando che a New York – in fondo – è solo un sabato come un altro.

I giocatori sul parquet si abbracciano e si danno il “cinque” mentre le voci di una America che non vuole andare a dormire, continuano a scuoterti dentro. Ripenso alle luci soffuse. All'inno cantato a sguarciagola. A tutte le mani sul cuore. In aria sembrano volare nitide le parole che Barack Obama urlò al paese qualche ora dopo aver preso in affitto la Casa Bianca: “Ci solleveremo o precipiteremo tutti insieme. Come una sola Nazione. Come un unico popolo. Il popolo degli Stati Uniti d’America.



Enricuzzu
(articolo pubblicato su:
http://www.rosaneronline.it/altri_sport/articoli/2008/12/03/nba_the_game_happens_here)

(nella foto) Jamal Crawford, ex stella dei Knicks ora in maglia Warriors, prova il tiro...
(nel video) L'Inno degli USA cantato al Madison Square Garden

venerdì 28 novembre 2008

Thanksgiving Day

Long Island (NY),
November 27th

Le sue mani scivolavano dentro la farina leggere, come le foglie che volavano fuori in balcone sulle ali del vento. Le rughe del tempo erano nascoste, invisibili, fra gli ingredienti che maneggiava, come lei stessa forse desiderava. Gli anni si facevano sentire sulla pelle, ma i ricordi di Nonna Arpaia restavano nitidi come fossero accaduti ieri. “Otto giorni” – mi dice con un sorriso – “Otto giorni abbiamo viaggiato sull’Oceano, 40 anni fa per arrivare qui a New York”. Quarant’anni, penso. Non mi bastano le dita di mani e piedi per arrivarci. Quasi il doppio dei miei anni. Anni che raccontano di gente dell’epoca, ritratta in fotografie in bianco e nero, che si imbarcava su una nave carica di sogni. Otto giorni di speranze, tanti quanti ne servirebbero oggi per fare un giro in vacanza fra i cinque continenti. Con meno speranze, ma sicuramente più soldi di allora.
40 anni per abituarsi – anche se di cuore e anima napoletana – al Nuovo Continente, con feste annesse. Pronti per celebrare il giorno meno amato dai tacchini d’America, il Thanksgiving Day.

Quando Marcello – mio Boss e amico, ultimo della generazione Arpaia ma ormai newyorkese purosangue - mi ha invitato nella sua splendida casa di Long Island, sua mamma ha illuminato l’ambiente con un sorriso immenso. Un altro italiano a tavola, durante la festa più americana che c’è. Il primo pensiero di Mr. Arpaia – padre di Marcello – invece è stato più concreto: basterà il tacchino per tutti? Si perché – mi spiega – a distanza di un giorno dalla clemenza tradizionale che ha concesso Bush a due tacchini, lui la pensa diversamente: “Bush perdona. Io no.” E giù una risata che coinvolge tutti.
Ride anche Nonno Alfredo, lui che sulla famosa nave di 40 anni fa, ci ha caricato moglie e figli. Un presente come pensionato, un passato a suo modo prestigioso. Lavorava nei pressi del Rockefeller Center come “ascensorista”. Di quelli speciali però, quelli che salgono solo merce. Ed è proprio grazie a quella 'specialità' che si è potuto togliere diversi sfizi. “Come quella volta che ho caricato su Mohammed Alì, o ho rifiutato di accompagnare Bush padre.” mi racconta gonfiando il petto dentro il pullover. Non aveva digerito una politica in Kuwait. “A Liza Minelli però, il passaggio non l’ho rifiutato…” mi sussurra ridendo e facendo attenzione che sua moglie non lo senta.

Prima di andare a tavola, Marcello mi mostra la casa immersa dentro Long Island. Alle spalle, la verandina da sul fiume che porta all’oceano. I vicini non si raggiungono con le auto o con le bici, ma con gli acquascooter che tutti tengono posteggiati in giardino. Roba da Venezia del duemila. “Se metti un po’ di benzina in più...” – ride Marcello – “...può essere che arrivi in Italia!”.

Da dentro il salotto, la voce di Mrs. Arpaia ci richiama all’ordine come faceva con i suoi figli quando erano piccoli. Il tacchino è a tavola. Ci sediamo ed io guardo il tavolo da destra a sinistra, lentamente, come un dono scartato a Natale. C’è il tacchino, le salse aromatizzate, le tipiche patate dolci americane e la non proprio tipica lasagna fatta in casa. “Chi se ne futt… simm italiani!” mi dice facendomi l’occhiolino Nonno Arpaia. Io chiudo gli occhi per un attimo e immagino di stare a casa. Senza camino, ma con lo stesso amore che c’è a Long Island. Quando li riapro il tacchino è già sul piatto.
Felice Giorno del Ringraziamento a tutti.

Enricuzzu

(nella foto in alto) Veduta di Long Island (NY)
(nella foto in basso) Enricuzzu nella verandina di Casa Arpaia.

martedì 25 novembre 2008

Lady Liberty

Staten Island (NY),
November 23rd

Le donne, si sa, da che mondo e mondo hanno sempre il loro fascino. Come gitane ammaliatrici, riescono a stregare maschi e femmine, rendendoli schiavi del loro amore. Per sempre.
Lei era li, davanti ai miei occhi. Immensa, nella maestosità del suo sguardo, avvolta in una lunga toga. Accanto a me, gente che con i miei stessi occhi mi faceva capire che non potevo avere la presunzione di amarla da solo. Una città intera la ammirava e lei si concedeva, gentile, ad ogni sguardo. Sia esso intenso, sia esso malandrino. Lei, Lady Liberty – come la chiamano gli americani – è sempre stata li negli ultimi anni. Sotto gli occhi di tutti, ma allo stesso tempo leggermente nascosta. Lontana dalle mille luci della City o dal frastuono degli altri boroughs. Semplicemente appoggiata su un piedistallo, sulla Liberty Island - un lembo di terra nell’acqua - giusto a metà fra la punta sud di Manhattan e Staten Island.
Fu regalata dai francesi in simbolo della “Libertà che illumina il Mondo” per celebrare l’indipendenza americana dal governo britannico, il 4 Luglio del 1776. Ai suoi piedi porta delle catene spezzate, in ricordo di una libertà nel passato ritrovata e che nel presente andrebbe riportata in tutti i Continenti, sette, rappresentati dalla sua corona.

Tamara e Irene, le mie due compagne di viaggio erano un po’ tristi quella sera sul battello che ci trasportava. Il giorno dopo sarebbero tornate nella loro amata Spagna e volevano vedere per l’ultima volta Lady Liberty. “Non puoi salutare New York, senza salutare lei…” mi dice Irene con un briciolo di malinconia annegata nel freddo polare che faceva sul ponte del battello. Gli addii – siano anche essi degli arrivederci – non sono mai piacevoli. Io la guardavo, guardavo la gente intorno e mi chiedevo come si può riuscire ad essere ancora “speciali” dopo anni e anni. Ma la bellezza – quella vera – rimane immortale, scolpita come la Dichiarazione sulla tavola che lei tiene fra le braccia.

Rientrati al caldo, da dietro il vetro di un oblò, Lady Liberty si andava facendo sempre più piccola nel buio della notte di New York. Tamara le fa “ciao” con la manina quando si chiede ironica “Ma chi è?”. Io le risponde come rispose anni fa lo scrittore russo Maksim Gorkij, forse da dietro lo stesso oblò: “E’ il Dio degli americani.”. Semplicemente.

Enricuzzu

(nella foto in alto) Lady Liberty ripresa dalla fotocamera di Virginè Cieatut
(nella foto in basso) Tamara, Enricuzzu e Irene sul battello