martedì 14 giugno 2011

Non ci sono scorciatoie...

Miami, FL (USA)
June 13rd

Una sera, quando vivevo a New York, andando da Manhattan a Flushing, ebbi la brillante idea di sperimentare una strada nuova, “così accorcio”. Presi una metro diversa dal solito, spinto da chissà qualche convinzione topografica e la certezza di aver trovato la scociatoia che mi avrebbe fatto risparmiare i quarantacinque minuti della solita linea viola. Troppo furbo, io. Ero convintissimo. Infatti sbagliai. Scesi dal vagone e lessi il nome della stazione sbagliata, Morris Park.

Ieri avevano provato a venderci il Basket come un album di figurine. Lo compro, lo completo e tutti mi battono le mani. Quel giorno che ci provarono, andò in onda “The Decision”. Avevano appena visto la luce – e che luce – i Big Three. Storcevi il naso? Invidioso, pussa via. Dai sediolini spuntavano i bimbi che si domandavano dubbiosi “Ma a pallacanestro non si gioca in 5?”. Siete troppo piccoli per capire, quando sarete grandi vi spiegheranno che a Cleveland si giocava addirittura in 1. Pensa un pò tu ora che ce ne sono 2 in più! E da quel giorno l’invidia crebbe ancora di più, a dismisura. L’invidia verso quegli anonimi “altri 2″ che prendevano lo stipendio – e che stipendio, mica due fichi – guardandola, la partita. LeBron schiacciava con la mano dietro il collo e loro due applaudivano mangiando un Hot Dog. Wade stoppava, se la passava, entrava in percussione, faceva sponda sul tabellone e poi segnava da 3 e loro due applaudivano sorseggiando una birra. Bosh litigava con tutti e incitava il pubblico e loro due applaudivano guardando la scena dal parqeut, gratis. “Ed io che ho pagato 800 dollari per essere in prima fila?” tuonava uno spettatore all’AA Arena. Stai zitto, invidioso!

Poi un giorno arrivarono quei bruti con le maglie blu, che facevano una cosa fuori dal mondo. Un’immonda porcheria: si passavano la palla. Mi fa schifo solo a scriverlo. Passi la palla e ne vinci una. Passi la palla e ne vinci due. Passi la palla e ne vinci tre. Passi la palla e… ma mica mi starai dicendo vero? Si, si sono fregati l’anello. Pubblico ammutolito. Miami stupefatta. Mostarda che cola dalle bocche aperte di chi ha ancora l’Hot Dog in mano. Massì in fondo che ci frega, tanto quel bruttone di Nowitzki mica può migliorare l’aspetto con quell’anello al dito. Ma è proprio li che un bimbo ti bussa alle spalle e ti affonda con una sconquassante verità: “Amico, lui con una pettinata si mette a posto ed è presentabile. Ma a te quell’anello mica lo danno in regalo con le figurine.”. Ti saluta e continua a bere la sua Coca Cola.

Ripenso a quella volta che sbagliai metro. Scesi dal vagone e lessi il nome della stazione sbagliata. Morris Park – sticazzi – Bronx. Vento gelido, peli ritti, gran cagotto e tornai indietro, rifacendo la solita, vecchia, carissima strada lunga. Quella sera non erano ancora nati i Big Three e Nowtzki era ancora alle prese sul come pettinarsi i capelli per essere presentabile, ma io avevo già capito. Nella vita non ci sono scorciatoie. Che ci piaccia o no.

lunedì 13 giugno 2011

Le lacrime rosa del Mister

Palermo, (Italy)
June 13rd

Quella sera ero li, seduto sul sediolino, con gli occhi persi nel vuoto di uno stadio illuminato ma troppo buio per la mia passione. Due lacrime lente scivolavano sulla maglia. Il rosa si scioglieva diventando di un grigiore tenue al contatto con loro. Poi lei, caro Mister, fece un passo verso centrocampo e i miei occhi tornarono vivi, inseguendola nel verde come un girasole segue il suo sole. E un’altra lacrima solcò il mio viso, prendendo come trampolino le mie labbra che si piegavano in un sorriso buono e tuffandosi nuovamente nel rosa della maglia. Ed il mio urlo si perse nell’eco della storia di Roma.

Un giorno, lei disse che sarebbe andato via. Che i giocatori sarebbero andati via. Che il Presidente sarebbe andato via. Ma quella maglia sarebbe restata sempre. Aveva ragione a metà. Perché su quella maglia dotata di imperitura immortalità da quel 29 Maggio 2011 saranno sempre impresse quelle due lacrime. Che lei mi ha fatto versare per felicità, quel giorno che credevo non sarebbe arrivato mai. Le finali le perde solo chi ha la forza di giocarle e lei – come nessun altro – a quella finale ci ha portato mano nella mano come un padre che fa crescere i suoi figli.

Orgoglio. Forza. Tenacia. Sogno. Desiderio. Illuminazione nel non vederlo sempre e solo irraggiungibile. Raziocinio. Pazzia. Lacrime. Felicità. Sentirsi biondi con gli occhi azzurri. Le parole non potranno mai raggiungere le emozioni che lei ci ha regalato e resteranno sempre indietro, lente e stanche. Domani sarà un altro giorno e altri uomini porteranno sulle spalle il nome del Palermo. Ma quelle emozioni vivranno per sempre. E lei per sempre resterà impresso in quelle lacrime di gioia sulla mia maglia. Se ne faccia una ragione, caro Mister.

Grazie di tutto.

martedì 31 maggio 2011

The heart tells the story

Milano (Italy),
May 26th

Quanto costa un anello in oro vinto al Super Bowl in termini di sudore e abnegazione? Un percorso lunghissimo, fatto di impegno, forza di volontà e voglia di rialzarsi sempre, yard dopo yard, da un campo infangato che ti esorta a smettere. Arrivi a quel Super Bowl solo se ci hai creduto veramente, per tutta la tua dannatissima vita fino a quel giorno. A volte a noi capita di non aver voglia di allenarci, o di sentirci troppo bravi sol perchè abbiamo eseguito una volta tanto un buon placcaggio, una discreta ricezione o una bella corsa. Per arrivarci però, a quel giorno, dove oltre cento milioni di americani hanno gli occhi fissati sul tuo casco, di placcaggi, di ricezioni e di corse non buone ma ottime, ne dovrai aver fatte a migliaia. Solo per poter timbrare il cartellino di presenza. Poi guardi Mike Lodish che ti sorride e ti dice che – con i suoi anelli al dito – di Super Bowl ne ha giocati 6. E nei tuoi occhi quella strada infinita che avevi immaginato fino a un secondo prima, si allunga ancora di più…

Probabilmente da ieri sera, il concetto di sudore e abnegazione per noi, avrà tutt’altro significato. Non significherà stringere i denti se fa male una mano, significherà strapparsi il cuore di dosso e poggiarlo sulla linea di scrimmage per farlo vedere a chi ci sta di fronte e ai nostri fratelli che combatteranno con noi. “Have fun!” ci ha detto sempre Mike, con la polo dei Broncos sporca di fango e terra come l’ultimo dei ragazzi Rams che si allenavano. Divertiamoci, con la stessa passione con cui lui e Johnny Tusa hanno saltato un oceano per venire a spiegarci quanto bella sia la palla ovale. Perchè di quegli anelli al dito noi probabilmente non ne porteremo mai, ma quel cuore poggiato sulla linea di scrimmage ci unirà da continente a contiente. Così, proprio come ci ha salutato Coach Tusa: “Remember guys… The score does not tell the story. The heart tells the story.

(nella foto in alto) Enricuzzu e Coach Johnny Tusa
(nella foto in basso) Enricuzzu, Coach Randy Beverly Jr sulla sinistra e Mike Lodish sulla destra.

mercoledì 11 maggio 2011

Caro Renzo, questa favola è anche sua...

Palermo (Italy),
May 10th

Caro Renzo,

mi scusi se non le do del "tu" come sicuramente lei vorrebbe, ma da piccolino mi hanno insegnato che davanti le persone grandi, per rispetto, il "lei" non guasta mai. E io per ora continuo così, specie quando parlo con qualcuno che di grande non ha avuto solo il nome, ma anche il cuore. Caro Renzo, ieri sera ho pensato a lei, che non ho mai avuto il piacere di conoscere ma che mi è entrato dentro in mille e più fotografie, quando in una Palermo in bianco e nero, alzava le braccia al cielo e sorrideva al mondo. Quella benedetta Coppa lei la sfiorò appena, gliela fecero prima assaporare e poi gliela tolsero via dal piatto con due vili sotterfugi. Che quegli attori che furono si vergognino ancora oggi per quella vastasaria. Quella Coppa lei la sfiorò soltanto ma ciononostante se ne andò via da questo mondo con lo stesso sorriso con il quale teneva in braccio mio fratello, quando era piccolo. Gli narrava delle favole, le dipingeva d'immenso e le appendeva in cielo, per mirarle con quegli occhi incantati che sono rimasti a mio fratello stesso, oggi che rivive quelle emozioni.

Oggi in quella Finale che lei conosce fin troppo bene ci ritroviamo di nuovo. Con le stesse maglie, la stessa passione e qualche generazione in più. Con un Presidente che probabilmente non ha il suo stesso tatto e la sua stessa compostezza, ma che sicuramente ha messo la caparbietà nel raggiungere un certo obbiettivo. Lo illumini lei caro Renzo, lei che ha sempre trovato il giusto compromesso fra amore e raziocinio. Lei che ci ha regalato mille emozioni come Maurizio Zamparini. Lei che - qualunque cosa accada - resterà marchiato a fuoco nei cuori dei palermitani. Anche di quelli giovani come me che, seppur non avendola mai "vissuta", a volte alzano gli occhi al cielo e lo ringraziano di averla fatta esistere. Questa favola è anche sua...


venerdì 8 aprile 2011

Rams nella buona e nella cattiva sorte...

Milano (Italy),
April 8th

Me lo ricordo ancora. Avevo 13 anni e la voglia di spaccare il mondo. O quantomeno, la porta dello stadio di casa dove stavo giocando a calcio. Entro in area, carico il destro e poi il buio. Urla. Il ginocchio insaguinato, il segno dei tacchetti sul polpaccio, operazione sfiorata. Dopo quell'infortunio che mi tenne lontano dallo sport diverso tempo non subii più un contatto simile. Prima della settimana scorsa. Inseguo il runningback sulla linea laterale, lui esce, io rallento, poi il buio. Il grande errore è stato mio, nel non restare concentrato fino all'ultimo. Onore all'avversario che ce l'ha messa tutta per difendere il suo compagno di squadra da me. Anche questo è Football.

La delusione che ti resta però, nell'apprendere che starai fuori dal campo per almeno 20 giorni è enorme. Amara da inghiottire, difficile da digerire. Con le costole ci ragioni poco, purtroppo. Ma è li che capisci che il Football è e deve essere anche un'altra cosa. Qualcosa come essere presente agli allenamenti, anche se in abiti civili non puoi partecipare ai drill (e ne soffri!). Perchè incitare i tuoi compagni, i tuoi amici, i tuoi fratelli, a dare il centouno per cento, in vista della prossima sfida, non è affatto banale. Bisogna essere forti nella testa. Eravamo in più di uno Martedì scorso, animati da queste sensazioni. Chi con infortuni più lievi chi con più gravi. Ma tutti abbracciati virtualmente in un'unica mischia. Questo non ci garantirà mai la vittoria, ma ci garantirà di entrare in campo a testa alta. Starà a noi capire poi quanto vogliamo donare a quella gara e ai nostri compagni. Ciò che doneremo ci tornerà indietro, ciò che non doneremo ci tornerà egualmente indietro, ma per farci male. Il Football non è solo uno sport, ma la nostra filosofia di vita. I Rams non sono solo una squadra, ma la nostra famiglia. Rispettiamola.

(nella foto): I Rams Milano prima della sfida contro i Bengals Brescia

lunedì 21 marzo 2011

Quel ramo del Lago di Como...

Lago di Como (Italy),
February 20th

Mussolini. Rummenigge. Clooney. E non me vogliano gli altri. Sono questi tre nomi che mi son rimasti nelle orecchie mentre, accompagnato da sorridente rossa fiamma di Primavera, viaggiavo sul Lago di Como, qualche ora fa. In fuga verso una salvezza mai raggiunta il primo; in fuga dalle fatiche pallonare il secondo; in fuga dalla popolarità il terzo. In fuga da una Milano troppo asfissiante io, con i dovuti paragoni. Come se quel lago rappresentasse un posto sperduto, dove nessuno ti può trovare, dove nessuno ti vuol cercare. Il silenzio che ti avvolge nel bel mezzo del suo bacino è di quelli rilassanti, che potrebbero star ovunque ma si trovano li, in quella Como tanto piccola quanto culturalmente immensa. Per accedere ad alcune delle sue insenature, l’uomo ha dovuto creare strade alte e piccole funicolari per collegarle, in faccia a una natura che voleva restare inesplorata, selvaggia. Per accedere alla sua quiete si è spostato mezzo mondo, dagli Stati Uniti alla Russia. Per raccontarne la fiaba si è scomodato anche il Manzoni.

Lo speaker del battello continua a parlare, mentre dalla sua bocca percepisco sempre più suoni fievoli, lontani da quella realtà. Ormai sono lontano con la mente. Troppo dentro un Lago attorno al quale probabilmente non avrò mai né una villetta né una zattera, ma che porterò dentro leggero come una foglia di Primavera. Illustri occhi ne hanno ammirato il riposo dello specchio, che oggi si fa contemplare dai modesti miei. Incapace di saperne narrare le sensazioni ma coi polmoni pieni di una purezza da tempo dimenticata.

martedì 15 marzo 2011

Fango fuori, fango dentro.

Parma (Italy),
March 13rd

Bobcats Parma vs Rams Milano 26-0
Golden League F.I.F. - Week 2

Il fango - da definizione wikipediana - indica comunemente una miscela composta da materiale solido finemente disperso e da una quantità relativamente piccola di liquido, derivata principalmente, ma non necessariamente, da sedimentazione. Ciò che la definizione ignora però, è che esistono due tipi di fango, uno dannatamente concreto che si incrosta sul casco dopo una partita e uno infinitamente astratto, che si soldifica dentro il corpo quando il rimorso di non aver provato a fare di tutto per giocarsela supera la sconfitta stessa. Ripensi a ogni singola azione e nell'intimità dei tuoi pensieri sai che quel runningback è passato perchè hai sbagliato a fare un placcaggio o che non credendo abbastanza in un buco libero hai buttato all'aria quella decina di yard che magari avrebbero cambiato l'esito di un quarto. E ti ritrovi li a scrostare un casco, magari scartando le urla di mamma, moglie o fidanzata, che non comprendono come ci si possa ridurre in quello stato penoso per una partita. Vorresti star li a spiegare ciò che provi, a dire la parola giusta, a darti la consolazione necessaria, ma non ci riesci ed in fondo è giusto così. Perchè non è affatto facile spiegare che anche se ora divisa e casco sono limpidi e puliti, il fango c'è sempre ed è solidificato nel cuore. Perchè quello nessuno riesce a vederlo tranne te che sai essere difficilissimo da mandar via. Sappiamo tutti come fare però; proviamoci. Tocca solo a noi capire se vogliamo tornare a casa a testa bassa o con la testa alta di chi sa di essersi almeno risparmiato il lavaggio interiore.