mercoledì 28 gennaio 2009

Coming back home

New York City,
December 10th

Quella sera non faceva freddo fuori. Ma io dentro gelavo. Senza un perché. Probabilmente per quel dannatissimo pasto scaduto sull’aereo che mi era stato letale. Nella stanza c’erano otto letti, neanche fosse una camerata. Tutti occupati. Della comitiva probabilmente ero l’unico non strafatto. Mi guardavano con quei mezzi sguardi che ti fanno sentire osservato come una cavia in laboratorio. Lei – l’unica ragazza del gruppo – seminuda, mi chiede se per me è un problema se si spoglia in stanza. Così, senza neanche un ciao come va. La guardo e le rispondo che al massimo posso mettermi il cuscino in faccia. Sorrido. Mi guardano tutti un paio di secondi e poi scoppiano a ridere.

Ricordo quella prima notte a New York come uno dei giorni più brutti della mia vita. Devastato da chissà quale virus, solo nel letto, in mezzo a loro. Abbracciato al computer nella paura che potessero sgamarmelo notte tempo. La valigia non preoccupava; era troppo pesante anche per un gorilla. Il display del cellulare scarico si spegneva lentamente consigliandomi di imitarlo.
Ricordo il senso di impotenza che mi attanagliava lo stomaco quella notte. Quel senso che mi faceva capire di essere solo dall’altro lato del mondo e di dovermela cavare senza aiuti. Quel senso che ti genera la fame. La fame che ti genera il senso di sopravvivenza. In quella città dove se cadi la gente non solo ti ignora, ma ti passa anche sopra calpestandoti.
Ricordo i posti dove ho dormito. Ora un letto fra otto, ora un divano da amici, ora addirittura un pavimento con piumone e cuscino.
Ricordo quella sera passata a passeggiare tra le vie di Manhattan con la valigia in mano, cercando dove avrei dovuto dormire quella volta.
Ricordo quella stanza doppia al Residence YMCA con Erkan, che dava una svolta a tutta l’avventura, nel segno di lenzuola, piumone e due cuscini dicasi due.
Ricordo il primo giorno di lavoro a Brooklyn col mio Boss.
Ricordo il profumo dei ravioli freschi che commercializzavo, dandogli una mano.
Ricordo come quei ravioli erano fatti a mano come piccoli segreti da chi non aveva bisogno di una cartolina per vedere l’Italia.
Ricordo quel ponte lunghissimo che lasciava tre metri sopra il fiume tutte le sue opportunità in attesa che qualcuno le cogliesse.
Ricordo Sheena e Shing, le prime due ragazze che ho conosciuto, con cui ho capito di non essere solo, neanche in un mondo aldilà dell’oceano.
Ricordo la valanga di gente conosciuta dopo.
Ricordo quelle persone che mi hanno voluto bene, seppur consapevoli di incrociare la mia vita solo per istante.
Ricordo l’erba di Central Park, il cui profumo era profondissimo nelle mie narici quando preparavo l’esame forse più importante della mia vita.
Ricordo la faccia dei newyorkesi accanto a me quando mi misi a saltare all’impazzata ricevuto l’esito positivo.
Ricordo il sorriso con il quale davo informazioni per strada, su una città che dopo avermi messo alla prova aveva fatto poca fatica ad entrarmi nel taschino.
Ricordo il sorriso dell’impiegato dello Starbucks Coffee quando ogni mattina, senza neanche dover dire una parola, mi preparava il Frappuccino facendomi sentire uno di casa.
Ricordo il sorriso che mi cancellai dalle labbra quando un simpatico amico di due metri mi rispose incazzato alla domanda “Where am I?” - “The Bronx”.
Ricordo il display del cellulare che si illuminava un numero imprecisato di volte al giorno, per farmi capire che mio fratello solo non mi lasciava.
Ricordo sempre lo stesso display dello stesso cellulare che si illuminava anche la notte per farmi capire che i miei genitori non erano da meno del fratellone.
Ricordo le folli notti in discoteca che si spegnevano con la luce del sole.
Ricordo le spallate pesantissime che mi davano gli americani per insegnarmi il basket.
Ricordo gli insulti che mi lanciavano quando insegnavo io come la palla da calcio che passa fra le gambe si chiama ‘tunnel’.
Ricordo tutto il Madison Square Garden in piedi a cantare l’inno nazionale, mani sul cuore, prima della partita dei Knicks.
Ricordo quel tacchino enorme nel Giorno del Ringraziamento messo al centro della tavola.
Non ricordo quante porzioni ne feci fuori.
Ricordo le facce sognanti dei ragazzi che in piazza mi fermavano e mi davano i volantini con la faccia altrettanto sognante di Barack Obama. Gente che prediva il futuro.
Ricordo il silenzio surreale di Ground Zero.
Ricordo la pioggia fitta del Queens.
Ricordo Lady Liberty che mi guardava sinuosa da lontano.
Ricordo la lacrima che l’oceano di Coney Island sta ancora custodendo per me.
Ricordo l’abbraccio fortissimo, quasi schiacciante, di chi mi ha salutato il giorno della partenza.
Ricordo la lacrima che non tirai fuori e che mi cadde dentro il cuore.
Ricordo quelle nuvole nelle quali si infilò lento il Boeing che mi avrebbe riportato a casa.
Ricordo quei mesi americani trascorsi come se fossero un lunghissimo respiro.
Ricordo il quarto di dollaro con cui giocavo all’aeroporto di Londra.
Ricordo lo sguardo perso nel vuoto.
Ricordo “Ehi man… what’s wrong?” – “Nothing. I’m coming back home.

Qualche giorno dopo, mentre il cuscino gioca ad abbracciare la mia testa, in televisione raccontano come il Comandante “Sully” ha preso un Jet con due motori scoppiati e lo ha fatto ammarare nel fiume Hudson. Alzo gli occhi. Guardo quella gente nello schermo. Vedo gli abbracci sullo sfondo dei grattacieli. Guarda cos’è successo nella mia New York, penso. Gli amici accanto a me, sapendo della mia anima prettamente californiana, mi fanno notare il “possessivo” sorridendo. La mia New York. Sorrido anche io. Sono partito col corpo ma non ancora con l’anima. E probabilmente non partirò mai. Perché seppur il futuro mi riserverà altri angoli del mondo, quei grattacieli, quella gente, quella City mi resteranno per sempre dentro. A un passo dal cuore. Perché un sogno – se è davvero immenso come il mio a stelle e strisce – non può finire mai. Può soltanto essere messo in pausa.

Enricuzzu

13 commenti:

aurora ha detto...

......Spietata??
L'unica cosa che posso dire è che questa non è la descrizione di una città......
E'1 dichiarazione d'amore!!!!!
Ti ha proprio rubato il cuore New York,eh?
Mi sembrava di vederti mentre leggevo......
Spero tu possa presto premere il tasto play.......Di nuovo!!!!
Bacio, Aury.

Enricuzzu ha detto...

Shhhh... ch se mi sentono a Los Angeles mi ammazzano! ;-)

Tiziana ha detto...

Veramente un bellissimo racconto
nn ti nascondo ke durante la lettura mi sono venuti gli occhi lucidi,
conoscevo tutti gli avvenimenti descritti
ma leggerli, fa tutto un altro effetto ... sono senza parole nn sò proprio cosa scriverti, spero solo di leggere al più presto le tue nuove avventure.
Ti abbraccio
Tiziana

Enricuzzu ha detto...

Tizia...
addirittua le lacrime? Ahi ahi ahi se ti leggono che figura che fai... ;-)

Un baciazzo!

Jonas / Marco ha detto...

beh..enricuzzo sicuramente hai fatto un'esperienza giusta ...al momento giusto, e per quanto mi pare di capire probabilmente quello che diventera' il tuo lavoro ti ripresentera' altre occasioni del genere..magari con NY il tuo è solo un arrivederci...certo li non ci sono le maglie rosanero ne puoi respirare l'odore d'erba bagnata del Barbera...ma esistono pur sempre le tv digitali con annesse schede per risolvere cmq :O)
ps come la vedi oggi al marassi...?

Anonimo ha detto...

Enricuzzu....in poche parole un ti scurdasti nenti!!!!!!

Un abbraccio.

Giamby

Enricuzzu ha detto...

Tutto stampato negli occhi e nel cuore! ;-)

Anonimo ha detto...

Noi non ci conosciamo, sono entrata qui, nel tuo blog grazie al gruppo che hai creato su facebook.
E mi sono ritrovata a leggere la descrizione (credo che descrizione sia un termine inappropriato, ma al momento non me ne vengono in mente altri) di New York.
Non sono mai andata lì, nella City, ma è da sempre il mio sogno più grande.
Ho letto che sei di Mondello, provincia di Palermo, se non sbaglio.
Io sono di Catania. (Lo so, teoricamente siamo di città rivali ma è una sfida non molto sentita da me personalmente)
Amo la nostra regione, ma credo che mi vada un poco stretta ormai. Tra poco compirò 18 anni e sarò più o meno libera di scegliere per me. Sarò, forse, libera di girare il mondo. E oggi, grazie al tuo racconto ho capito che questo posto, dall'altra parte dell'oceano, non è poi così irraggiungibile per me.
Grazie di cuore.
Un abbraccio
Giulia

PS: Mi sono emozionata soprattutto al "Ehi man...what's wrong?" - "Nothing. I'm coming back home"

Enricuzzu ha detto...

Giulia,
grazie di cuore a te.
Le storie vivono dentro di me,
ma raccontandole, vivono anche dentro le persone a me vicine.

PS. Ti aspetto su Facebook, se ci sei batti un colpo! ;-)

Una vasata.
E

Claudio ha detto...

Condivido il commento di Tiziana: un racconto toccante come solo tu sai scrivere.
Capisci che quando scrivi di football americano del quale non capisci e non ti frega una cippa ... la differenza c'è per forza e si vede!!!
Anch'io mi sono emozionato e sono contento che questa esperienza ti sia rimasta dentro in modo così intenso.
Ti do un consiglio però: non provare a ripeterla! La tua prossima volta a New York sarà un'altra esperienza perché chi ci andrà sarà un altro Enrico!
Questa esperienza così forte si è chiusa e ti rimarrà dentro per sempre. Le prossime, se le confronterai a questa perderanno sempre e non te le godrai più!
Un abbraccione! Claudio.
P.S.: Io ho la cantina piena di roba tua ... come la mettiamo?!? :-D

Enricuzzu ha detto...

Claudio...
quindi se mi assumono a NY, devo rifiutare? =)

Anonimo ha detto...

purtroppo non ho potuto vedere il video post Juve... ora si pensa ai zaurdi...
ti volevo chiedere una cosa..quella striscia diagonale che metti sulla copertina del blog, ha un nome in gergo...o meno? si prendono da qualche parte? in internet intendo...?
( sn per il libero scambio di informazioni...tu? Jonas/marco

Enricuzzu ha detto...

Marco, nn so..
Io l'ho fatta "self production".