venerdì 11 settembre 2009

Surfando verso Sud ...

Mondello (PA),
September 7th

L’acqua che mi scivola fra i capelli. La pelle che sfiora l’aria frizzante. Il profumo della salsedine nelle narici. Le ginocchia piegate in avanti nel disperato tentativo di mantenere l’equilibrio. I raggi del sole che incrociano i miei occhi dipingendomi la spiaggia dove sono nato come una meraviglia nuova mai vista. Il tutto dalla durata di un secondo lunghissimo, interminabile, prima che il mare mi dica che il momento paradisiaco è durato fin troppo per essere la prima volta. Bum, finisco rovinosamente in acqua. Quando riemergo capisco perché dicono che il Surf sia divino: perché ti permette di camminare sulle acque come si racconta fece un tizio un po’ più famoso di te, senza tavola sotto i piedi ma col cuore strapieno di amore.

Sono le nove del mattino quando mi reco al negozio di Surf per noleggiare la mia prima tavola con Andrea, mio fratellino acquisito da più di dieci anni e parte ormai integrane della mia ‘ohana (la famiglia “allargata” per gli hawaiani, che comprende anche gli amici stretti). Ho fermamente in mente che tipo di tavola voglio per cominciare: praticamente un portone di casa che farebbe galleggiare in acqua anche un pachiderma. O in alternativa una minimalibù, tavola abbastanza grande e abbordabile per i principianti. Potete quindi immaginare il mio sguardo da cefalo arrosto quando il ragazzo del negozio mi mette davanti una shortboard, una tavoletta aerodinamica e paurosamente piccola da sembrare quasi una figurina di plastica con le pinne sotto. “Con questa, se prendi l’onda, voli…” mi dice schiacciandomi l’occhio, pieno di soddisfazione. Mi renderò conto qualche ora dopo, in acqua, che in effetti aveva ragione: con quella tavola si vola davvero. Faccia all’aria da una boa all’altra, però.

Poco dopo, in spiaggia, ancora prima che dalle onde, vengo travolto dall’entusiasmo. Qualche lezioncina rapida sulla sabbia e mi tuffo subito in acqua. Quasi dimentico di allacciarmi il leash (il laccio che lega la tavola alla caviglia) rischiando di andare a recuperare la stessa a Capo Gallo al primo cappottone. La prima cosa da imparare però, ancora prima di cavalcare le onde, è come “superarle” se vuoi arrivare al largo. Esistono due modi e io li provo entrambi. Il primo si chiama turtle. Praticamente quando arriva l’onda, ti rigiri a 360° con la tua tavola sott’acqua e poi riemergi dopo che l’onda sia passata, proprio come una tartaruga. Ci provo alla prima onda… La vedo arrivare e mi capovolgo sott’acqua. Subito risalgo in posizione corretta. L’unico problema è che quel “subito” è quantificabile in circa venticinque minuti buoni in cui studio attentamente il fondale sabbioso e l’effetto dell’acqua salata in fondo alla trachea, fra le risate di tutti. Provo allora il secondo metodo, il duffy dive, che consiste nel portare la punta della tavola e la testa sott’acqua quando l’onda arriva, come fa l’anatra e riemergere subito dopo. Con palese maggior successo, comincio a superare onda su onda, quasi arrivando – panza sopra la tavola – a Ustica.

Le onde a Mondello non sono eccessivamente alte anche se il mare pare parecchio “incazzato”. Più che altro sembra giochi a mettermi paura, riuscendoci tral’altro. Cionostante io mi lancio su ogni onda, ondona o ondetta. Spesso anche solo sulla spuma bianca, causa imbarazzante inesperienza. La metà delle volte finisco faccia sott’acqua quando mi lancio in bravate dal coefficiente di difficoltà elevato per le mie capacità. L’altra metà delle volte, riesco a cavalcare le onde bene, seppur in ginocchio, e provo quell’emozione indescrivibile e divina citata sopra, di sfrecciare sull’acqua che sembra sorriderti intorno.
Qualche battuta con Andrea interrompe per un po’ la stanchezza dei muscoli e qualche parola con gli altri surfisti in acqua strappa qualche risata. “Non ci sono molte onde oggi…” mi dice un ragazzo mentre si avvicina dalle mie parti. “Lo so, mi spiace, me le son bevute tutte io!” gli rispondo ironico. Poi la vedo arrivare… Quell’onda improvvisa che mi solleva da dietro come mi avevano sempre raccontato. La schiuma intorno si gonfia sempre più e io non cado. La velocità aumenta e io continuo a non cadere. Allora – forse – posso farcela. Mi lancio in equilibrio, piede destro avanti, piede sinistro indietro, ginocchia piegate, culo bassissimo. Riesco a vedere tutta la spiaggia di Mondello nei sui chilometri e me ne sento allo stesso momento il padre ed il figlio. A me è passata tutta la vita davanti anche se chi mi ha visto giura di avermi visto solo un secondo in equilibrio, prima di “ammarare”. Forse due, di sicuro non tre. Non importa. Mi importano solo quelle mille emozioni che mi fanno capire perché gli hawaiani lo chiamavano he’e nalu, ovvero “nascere dall’onda”. Come fosse una nuova vita, un nuovo inizio, ti sembra di uscire dall’acqua, da dentro un’onda, alla scoperta del mondo. Un’esperienza pazzesca, che ti si stampa negli occhi e nell’anima.

Prima di quella mattina non riuscivo a capire la follia di Bethany Hamilton, ragazzina statunitense al quale uno Squalo Tigre strappò via un braccio a soli 13 anni mentre surfava alle Hawaii, che si rimise sulla tavola, in acqua, poco più di un anno dopo. Oggi finalmente ho capito. Ho capito che per chi ama davvero il mare, quando si trova su quella tavola che vola a pelo d’onda, quello stesso mare è come la propria casa. Un luogo la cui attrazione fatale abbatte ogni paura e supera ogni ostacolo. Anche l’impossibile. E ho capito che non m’importa cosa la vita mi riserverà per il futuro e quale posto la trottola del destino vorrà che raggiungo. Ovunque sua, ci arriverò surfando.

Enricuzzu

(nella foto sopra) Enricuzzu e Andrea a Mondello (PA)
(nella foto sotto) Bethany Hamilton surfa con un braccio solo

6 commenti:

Anonimo ha detto...

non ho mai visto nessuno surfare a Mondello ma ho sempre pensato che verrebbe benissimo :) bravo !!! e adesso resti in patria o ti fai un altro giro per il mondo?

Giulia

Enricuzzu ha detto...

Credo proprio che farò un giro qua e uno la, Giulia! ;-)
Fermo non ci so stare!

Un abbraccio,
E

Anonimo ha detto...

Nonostante non abbia mai visto a Mondello mezza onda in grado di trascinare anche solo una pallina di ping pong a riva...
Mi trovo d'accordo in pieno con il tuo Pensiero: non importa la meta del nostro viaggio, ma le emozioni che provi durante. Sono loro che fanno la differenza.
Continua a sufare e ricorda che è soprattutto quando si cade, con la spuma fresca in viso che ci si rende conto di essere vivi e di amare il mare, il mondo, la gente.

UNCLE ALP

Enricuzzu ha detto...

Uncle ALP,
difficile trovarle e cmq non superano il metro di schiumetta bianca. Ma ce n'è abbastanza per divertirsi!
.
Have a blast.

Claudio ha detto...

Hai sempre questa maledetta (!!!) capacità di rendere tangibile sulla propria pelle quello che racconti: mi hai fatto venire la voglia matta di provare quell’emozione che, in vita mia, non ho mai nemmeno lontanamente considerato come una cosa che facesse per me! Fetentissimamente bravo!
Claudio.

Enricuzzu ha detto...

Cla...
allora ci vediamo sulla tavola!
eh eh eh!