lunedì 28 gennaio 2008

Felipe

Quando gli dissero che non avrebbe più potuto giocare a pallone, Felipe fece una smorfia. Con quella gamba frantumata avrebbe fatto fatica a camminare per il futuro, figurarsi calciare una palla. Ma Felipe, dall’alto dei suoi 10 anni, fece una smorfia e disse “...passi il camminare male, ma non scherziamo sul giocare a pallone” saltando giù dal lettino. Toccò terra, la gamba non resse e cadde giù. Mamma Juanita si mise a piangere, sapeva che quella gamba non sarebbe stata mai più la stessa, come la vita del suo piccolino. Papà Carlos lo guardò serio, mentre Felipe era ancora a terra e bofonchiò “abituati da ora ad essere guardato dall’alto, perché così ti guarderanno tutti” e gli tese una mano.
Quella mattina, Felipe era in mezzo la strada, correva palla al piede verso il porticciolo dove ogni mattina papà Carlos lo aspettava per scaricare e pulire il pesce. Girò l’angolo di corsa e fu travolto in mezzo la strada. Ricorda solo un “crack” alla gamba e tante urla. Da quella mattina la vita di Felipe non sarebbe mai più stata la stessa.

Ma Felipe a terra non ci voleva stare. Quattro anni dopo infatti, la sua vita non era cambiata. La mattina andava a lavorare col padre al porto; l’odore del pesce gli piaceva, ma gli piaceva ancora di più levare un po’ di fatica dalle mani di suo padre, che spesso si assentava per lunghi periodi. Il pomeriggio aiutava mamma Juanita a vendere la frutta e accudiva Luz Maria, il suo orgoglio di fratello maggiore. La sua luce di vita. La sera teneva fede alla promessa fatta quattro anni prima sul lettino dell’ospedale, e andava a giocare a calcio nella squadretta del quartiere di Minas Gerais.
All’inizio non fu per niente facile. Quando tornò nei campetti dopo il dramma, lo guardavano tutti storto. Più della sua stessa gamba, che avrebbe avuto per sempre una cicatrice lunghissima dal ginocchio al basso polpaccio e pochissimi muscoli perché non si poteva sforzare. Avrebbe fatto “crack” di nuovo. Il primo giorno nella nuova squadra, un ragazzino più grande disse a bassa voce “guardate, abbiamo anche lo zoppo!”, e Felipe non lo digerì. Strinse i denti e non disse una parola. Prese la palla e partì nella sua folle corsa. Lo stesso ragazzino più grande gli andò incontro deciso. Felipe si buttò sulla gamba storta, ma si accorse che il dolore era forte e chiuse gli occhi; allora buttò tutto il peso sulla gamba buona e fece rotolare avanti la palla. Quando riaprì gli occhi il ragazzo grande era dietro di lui, impietrito, fulminato da una finta tanto incredibile quanto realistica. Era la stessa che faceva il grande Manè Garrincha, gli disse una sera prima di coricarlo, papà Carlos. Quell’angelo brasiliano di un tempo che fu, dalla gamba più corta, che parlava poco ma sognava molto. Felipe si girò e continuò nella sua corsa… fece sette di quelle finte dribblando tutta la squadra, portiere incluso. Arrivò davanti la porta vuota e ridendo buttò la palla sul palo. Si girò verso i suoi compagni e sfacciatamente disse “...il palo è furbo, qualsiasi cosa faccia lui non si sposta!”. Felipe si era rialzato da terra e ora guardava gli altri dalla stessa altezza.

Negli anni imparò a farsi amare, anche se rideva poco e parlava meno. Molti suoi amici giocavano solo per divertirsi, lui no. O almeno non solo. Lo rivelò un pomeriggio piovoso al suo allenatore, un calciatore mancato affondato nella povertà che vedeva correre i suoi sogni fra i piedi dei suoi allievi. Lui, Felipe, giocava per vivere. Voleva sfondare, arrivare in Europa, fare tanti soldi e levare la fatica dalle mani di papà Carlos e mamma Juanita. Voleva far studiare Luz Maria come lui non aveva potuto fare, e per far ciò vedeva solo una strada. Il calcio. L’Europa.

Venne il giorno della Finale del campionato dei “piccoli” come lo apostrofava la mamma. La squadra di Felipe incontrava una squadra di un sobborgo poco lontano. Una specie di “derby” come dicono in Europa. Ma poco importava per tutti. L’allenatore, infatti, aveva detto a tutti i ragazzini che sulle tribunette c’era un osservatore europeo. Non era la prima volta, era stato presente anche alle altre partite di campionato, ma non voleva che si spargesse la voce. “Giocate bene e non siate egoisti…” disse il Mister prima di congedare i suoi piccoli sogni volanti. Infine prese in disparte Felipe e gli sussurrò “…sai, pare che si sia innamorato delle tue gambe… mi raccomando”. Felipe fece un sorriso e indicò la lunga cicatrice sul ginocchio. “Beh, ci vuole coraggio…” esclamò. La sfacciataggine non l’aveva persa in quegli anni.
In cuor suo però, poteva apparire tranquillo, ma si scatenava un ciclone. Sapeva che su quelle tribunette oltre agli occhi della sua famiglia, c’erano gli occhi del suo futuro. Gli occhi di quella possibilità che qualcuno gli voleva togliere, ma che lui stesso si era ridato con forza e convinzione. “L’asso brasiliano Felipe sbarca in Europa”… si, non era male come titolo di giornale, pensava.

Il pomeriggio era fresco ed il tifo era caldissimo, come solo i familiari che guardano i figli giocare, sanno fare. Ad onor del vero non c’erano solo familiari per quella Finale… c’erano migliaia di persone. Quel campionato era importante nel paese.
Le foglie sfioravano l’erba mentre le maglie dei ragazzini volavano in aria. Era una partita tesissima, degna della migliore Finale. Gli avversari vincevano per 2-1 grazie alla doppietta del loro numero 9 che di brasiliano non aveva nulla: fisico possente, alto il doppio degli altri, piede ruvido e tanti muscoli. Fortunatamente Felipe aveva accorciato le distanze e la partita era ancora viva. Quando l’arbitro fischiò la punizione Felipe toccò la palla per il numero 3 che allargò sulla fascia per il numero 7. Lui dribblò un avversario, ne dribblò un secondo e arrivò davanti la porta, defilato sulla sinistra. Buttò un occhio nel mezzo e lanciò la palla cadendo a terra. Il portiere era sbilanciato. Non Felipe che arrivò in scivolata e segnò il due pari. Dagli spalti l’incitamento crebbe mentre Luz Maria gridava a perdifiato “Quello è il mio fratellone, quello è il mio fratellone!”.
Mancava davvero poco ora, solo cinque minuti alla fine, ma per Felipe il tempo non era mai stato un problema. Non ne aveva mai avuto, neanche per essere un bambino normale, quindi non gli dava tutta questa importanza. Si asciugò il sudore e prese palla sulla trequarti. Il numero 4 degli avversari gli venne di sopra subito. Lui si buttò sulla gamba storta e poi cambio sulla gamba buona… fregato. Era incredibile, pensava, come ci cascassero sempre tutti quanti anche se la faceva sempre. Era un movimento troppo naturale, gli diceva papà Carlos, “…è quasi ipnotico, è normale che ci caschino”. Felipe continuò a correre ed entrò in aria. Aveva davanti il rude numero 9 ma sapeva come superarlo. Finta a destra, gira a sinistra, passa la palla. Maledizione, non la gamba.
L’avversario agganciò la gamba storta di Felipe, confuso dalla finta, e lo buttò a terra. Mentre cadeva Felipe ebbe paura di sentire quel “crack” dolorosissimo che ormai si era scordato, ma nell’aria si sentì solo un lunghissimo fischio. Era calcio di rigore.
Felipe si rialzò da terra e sbattè la gamba storta contro l’erba. Era tutto a posto, fortunatamente. Prese il pallone e lo posizionò sul dischetto, era lui il rigorista. Fintava anche la: partiva di rincorsa come per colpire con la gamba storta, ma poi colpiva di esterno con la sinistra che era la buona. E ci cascavano sempre tutti, era incredibile.
Calcolò la rincorsa e si fermò. Era un bambino fortunato Felipe in quel momento, pensò. Un rigore alla fine, davanti all’osservatore europeo, nel silenzio surreale dello stadio, con gli occhi puntati addosso. Un bambino fortunato in mezzo ad altri ventuno che avevano la disgrazia di non avere un nome in questa storia ma soltanto un anonimo numero di maglia.
Felipe allora si girò e andò dal numero 7. Gli battè la palla sul petto e gli schiacciò l’occhio. “Vallo a battere!”. Aveva appena dato un nome a quel numero 7. Pascàl. Quello stesso Pascàl che dopo aver dribblato due giocatori gli aveva servito a porta vuota la palla del due pari. Quello stesso Pascàl che quattro anni prima, a bordo della sua bicicletta mezza rotta, non aveva visto Felipe uscire dall’angolo e gli era finito di sopra, frantumandogli la gamba e i sogni. Quello stesso Pascàl che non ebbe mai il coraggio di chiedergli scusa, ma che aveva la condanna degli occhi. Alla vista di Felipe li abbassava per senso di colpa e abbassandoli gli finivano alla vista di quella cicatrice che lui stesso, involontariamente gli aveva segnato per sempre.
Felipe lo guardò, e anche se voleva piangere gli sussurrò con un velo di ironia “Te l’avevo detto che te la facevo pagare… io ho già fatto due gol, se hai il coraggio segnalo tu il rigore decisivo!”. Per la prima volta da quando si conoscevano, Pascàl gli sorrise e come liberato da un peso andò a calciare. Di classe, una mattonata centrale che il portiere neanche vide. Corse ad abbracciare Felipe. Quello stesso Felipe che gli aveva donato parte del suo sogno. Quello stesso Felipe che anche solo per un attimo, lo aveva tolto fuori dall’anonimato di un Brasile che sogna tanto fra le polverose strade della povertà.

Gli spalti si infuocarono. Luz Maria cantava e gridava “Quello li è il mio fratellone!”. Un uomo bianco, distinto e vestito bene in tribuna, si alzò e si mise ad applaudire fino a spellarsi le mani. A papà Carlos scese una lacrima che si illuminò al sole. Mamma Juanita si girò verso di lui sorridendo, ma lui, duro lupo di mare, disse “Tranquilla… mi è entrata solo una cosa nell’occhio”.

Enricuzzu

5 commenti:

Tiberio Cantafia ha detto...

Bella storia(come direbbero a MIlano dove tu vivi):-D!!
Complimenti per il Blog e arrivederci a presto e ovviamente FORZA PALERMO SEMPRE!!

Anonimo ha detto...

ciao, ho letto il commeno nel mio blog...sei interessato ad uno scambio link? quando puoi fammi sapere!
grazie ciao

ps: interessante il tuo blog!

Enricuzzu ha detto...

...e se non ti firmi e non mi dici che Blog hai come faccio a ricordarmi di te? ;-)

lidia ha detto...

Bel racconto, bravo enricuzzu!
Un abbraccio rosanero, Lidia

Turiddu ha detto...

Bello questo blog Enricuzzu,sapevo che avresti colpito nel segno...bravo...e vaiiiiii!!

Turiddu