lunedì 6 ottobre 2008

Coney Island. Profumo d'Oceano.

Coney Island, Brooklyn (NY),
October 5th

Immaginate un porticciolo di mattina. Il lungo molo che si incunea fin dentro le profondità del mare. Il sole, limpidissimo, sembra colorare d’oro le travi di legno. La spuma delle onde accarezza la sabbia timida, ritirandosi subito indietro. Più in la, qualche pescatore, in silenzio, tenta di carpire i segreti dell’Oceano. Coney Island, punta estrema di Brooklyn, si presenta così, come sembrasse un quadro dipinto ad olio su una tela immaginaria.
C’erano pochissime persone Domenica mattina sulla Surf Avenue (un nome, un programma). Come se i newyorkesi volessero custodire il loro piccolo segreto. Il segreto di chi sa, probabilmente, di avere la città al centro del mondo. Capace di contrapporre, senza logica alcuna, ai grattacieli della Fifth Avenue l’immenso Central Park e alle mille luci di Times Square chilometri di spiaggia selvaggia, persa nel sussurro dell’Oceano Atlantico.

Coney Island è leggenda. Nel 1916, da queste parti, nacque l’Hot Dog. Il celebre panino, figlio di Nathan’s, padre anche del World Contest che si svolge ogni anno. Da tutto il paese arrivano qui giovani eroi armati di stomaci d’acciaio pronti a sfidarsi all’ultimo Hot Dog. L’anno scorso, insieme a Coney Island, divenne leggenda anche Joey Chestnut, un alieno dalle sembianze umane, capace di farne sparire a suon di morsi ben 66 (SESSANTASEI!) in meno di un quarto d’ora. Joey si è riconfermato campione quest’anno, mangiando per ben 7 panini in meno. Evidentemente perché ancora non aveva digerito quelli dell’anno prima.
Le poche nuvole nel cielo sembrano disegnare forme astratte quando io fisso, disdetto, un cartello che sembra ammonirmi. Bandiera rossa. Non ci si può fare il bagno. E a me non resta che sedermi su una panchina del molo perso nei miei pensieri. Che profumo ha l’Oceano? Secondo me forte. Come un sapore selvaggio, nascosto ma allo stesso tempo pronto ad infrangerti con la sua potenza.
Una ragazza di queste parti mi dice con un sorriso ed un briciolo di orgoglio che se Parigi è la Francia, allora Coney Island, fra Giugno e Settembre è il mondo. Ok, facciamo tanto orgoglio. Quelle parole le ho ritrovate qualche minuto dopo su un murale davanti la spiaggia. George Tilyou, l’autore, è riuscito a tramandare negli anni, attraverso un graffito, i sui sentimenti. E’ li che ho capito l’importanza delle parole. Che non devono mai essere risparmiate. Perché ciò che non vogliamo dire oggi, domani avremo il rimorso di non poterlo più fare. Non conservate le parole dentro di voi, amici miei. Lasciatele libere di librarsi per aria come i pellicani che al tramonto cercano di afferrare quel rosso che sa d’infinito. Oggi vorrei dire tante cose, rivelare inconfessabili segreti ma non posso più perché ieri, quando potevo, ho avuto paura. E a nulla serve oggi perdersi nella lacrima di un ricordo se non a darsi forza per il domani. Domani che, a Coney Island, sarà un’altra magia.

Quando salgo sulla metropolitana per tornare verso casa, i sottili raggi del sole che filtrano dai vetri mi socchiudono gli occhi facendomi scivolare nel sonno. Dopo una quarantina di minuti le voci squillanti di Times Square mi riportano alla realtà. Sono un po’ triste. Mi alzo ed una manciata di sabbia mi cade dalle tasche. Sorrido. No, Coney Island non è stata solo un sogno.

Enricuzzu


(nella foto in alto) Il Murale di George Tilyou
(nella foto in basso) Enricuzzu pensa di infrangere le leggi statunitensi...

2 commenti:

Claudio ha detto...

C'è tanta malinconia in questo bellissimo pezzo, fratellino mio.
Sono un po' in pensiero per te ... e spero tanto che tu stia bene, mentre sono certo che tu stia crescendo ancora di più, sempre meglio.
Un caro abbraccio. Claudio.

Enricuzzu ha detto...

In pensiero?
E perchè? Perchè ogni tanto giochiamo a fare i malinconici? Claudione il bello di giocare è proprio questo, che decidiamo noi quando smettere (si spera!)...
Un abbraccio!