venerdì 3 ottobre 2008

Harlem. Il quartiere nero.

Harlem (NY),
October 3rd

Harlem non ha un segnale d’entrata. Non ha un cartello con scritto “Benvenuti a…”. Ad Harlem - il quartiere nero di New York - ci si entra e basta, varcando una linea immaginaria a nord di Manhattan. Te ne accorgi quando alzi la testa e capisci di essere l’unico uomo bianco nell’arco di chilometri.
Avevo pensato di prendere una stanza in affitto da queste parti. In fondo - mi dicevo - io con i coloured (e chiunque diverso da me) mi ci trovo benissimo e gli affitti sono anche più economici. “Non è questione di bianchi o neri...” - mi ha avvertito un mio amico afroamericano che vive nella City da diversi anni - “…è questione di persone. E ad Harlem non ci sono belle persone.”. Un monito che sa tanto di uomo avvisato mezzo salvato, che mi ha convinto a buttare l'occhio altrove.

Harlem però è diversa da com’era un tempo. Vent’anni fa, per intenderci, ai bianchi era davvero vietato l’acceso. O almeno, l’acceso era consentito… era l’uscita che era impossibile. Se non dentro una cassa in mogano.
Da Harlem proviene e prende il nome quel gruppo di ragazzi che qualche decennio fa si ribellò alle leggi della NBA che consentivano l’acceso al pallone da basket solo ai bianchi. Nacquero così i Gobetrotters, in seguito ad un sacrosanto sentimento di rivalsa. E di sfida. “Il basket è nero” si diceva in tono provocatorio facendo piroettare la palla con traiettorie assurde. Qualche anno dopo, quella stupida legge dal sapore razzista si sgretolò come un cracker ma gli Harlem Globetrotters rimasero uniti, in solitario, continuando a girare il mondo con i loro spettacoli pirotecnici che auguro a chiunque di vedere dal vivo almeno una volta (come ho avuto la fortuna io a Milano).
Harlem è cambiata però, dicevo. Ora i bianchi possono entrare. C’è minore criminalità anche se non è del tutto scomparsa. E di questo “avvicinamento” al resto di New York si deve riconoscere il merito all’ex sindaco, italoamericano, Rudolph Giuliani. “Uno totalmente pazzo” mi spiega sorridendo il mio Boss. Pazzo perché aveva in testa solo il desiderio di migliorare la città, a qualunque costo. Pazzo perché più volte è stato minacciato dalla Mafia ma non ha mollato la presa. Pazzo perché ha visto i suoi possibili killer in faccia senza fare una piega perché il suo desiderio di cambiare era più forte di qualsiasi paura. E qualcosa, Rudolph Giuliani, l’ha cambiata davvero ad Harlem. In otto anni di carica è riuscito a diminuire sensibilmente il gap che separava il quartiere nero dal resto di Manhattan.
Un italiano con le palle” lo definisce, in un italiano stentato, Rihoni, il nostro autista dominicano. Tanto da far passare come “uno qualunque” l’attuale sindaco. Uno di cui non ci si ricorda neanche il nome.

Scendendo la Broadway e scalando le street dalle triple alle doppie cifre, quasi non ti accorgi di uscire dal quartiere. Varchi per la seconda volta quella linea immaginaria e ti immergi di nuovo nella frenesia di Manhattan. Mentre di Harlem si sfumano i contorni nello specchietto retrovisore.

Enricuzzu

(nella foto in alto) Murale della Graffiti Hall of Fame ad Harlem
(nella foto in basso) Murale esposto nella stazione di Polizia ad East Harlem.

4 commenti:

stefi ha detto...

Bellissimo post Enrico (come gli altri del resto). Grazie perchè mi sembra proprio di essere là. Io qui mi sto preparando all'insidiosa trasferta di Torino (sono ottimista, non dobbiamo aver paura di niente!!), tu sempre in gamba, ok?
Un abbraccio rosanero
stefi

Enricuzzu ha detto...

Stefi...
mi fa piacere di fare il tour operator virtuale! =)
Per Torino speriamo bene... io soffrirò da quaggiù. Forza ragazzi regalatemi un sogno!

Claudio ha detto...

Ciao Enri.
Sono a casa con al fianco un tipo losco, con pochi capelli che mi dice testalmente così: "ricordagli che il 4 novembre ha un esame!!!".
Anche questo sa tanto di "uomo avvisato mezzo salvato" ... non pensi?!? :-D

Enricuzzu ha detto...

Claudio, mandalo a cagare. Anche se è losco! ;-)